mercoledì 14 gennaio 2009

La campagna elettorale in El Salvador

In El Salvador a gennaio si terranno le elezioni presidenziali. Si contenderanno la poltrona presidenziale il Frente Farabundo Martì de Liberacion Nacional (Fmln), di sinistra, ed il partito di destra l'Alianza Republicana Nacionalista (Arena); ed i sondaggi già da alcuni mesi danno per vincitore il Fmln.

A metà dicembre 2008, a poche settimane dal voto, il governo in carica di El Salvador, ha reso noto che i propri servizi segreti hanno individuato circa 40 gruppi di guerriglieri vicini al Frente Farabudo Martì de Liberacion Nacional che in passato combatté per dodici anni, fino al 1992, il regime di José Napoleon Duarte.
Secondo i servizi segreti i guerriglierri, che ancora non si sono manifestati con azioni o attentati, sarebbero bene armati (Ak-47, M-16 e Ar-15) e ben addestrati e si sposterebbero nel paese in piccoli gruppi; il totale dei presunti guerriglieri dovrebbe essere di circa 500 unità. Insieme a queste informazioni l'intelligence ha fornito anche le mappe delle aree (nel nord e nell'est del Paese) in cui si concentrerebbero questi guerriglieri (per adesso mai fotografati o intercettati).

Monsignor Lacalle, arcivescovo di San Salvador e successore di Monsignor Romero, in modo molto deciso ha detto:"Prima di fare accusa bisogna fornire delle prove. Sarebbe una cosa molto grave l'esistenza di gruppi armati paramilitari di qualsiasi parte siano. Per questo la Chiesa chiede che si facciano indagini".
Alcuni intellettuali e studiosi di storia Latino Americana pensano che sia una campagna per gettare discredito sul Fmln, che adesso è all'opposizione, accusandola di essere alleata di gruppi paramilitari o guerriglieri.
A rafforzare l'idea che sia solo una montatura, per cercare di sconfiggere alle elezioni presidenziali del prossimo gennaio il candidato favorito del Fmln, rimane il fatto che nessuno ha prodotto una prova tangibile dell'esistenza dei gruppi armati. Infine, per quale motivo il Frente Farabundo Martì de Liberacion Nacional a distanza di 16 anni dall'inizio del processo di pacificazione e nel momento in cui è molto probabile una vittoria elettorale dovrebbe riarmarsi?

sabato 10 gennaio 2009

La giustizia in Guatemala

In Guatemala sono passati 12 anni da quando la furono firmati ad Oslo gli accordi di pace tra il governo guatemalteco e la Unión Revolucionaria Nacional Guatemalteca (URNG) ma la giustizia sembra ancora lontana dall'arrivare.

In Guatemala nel 1954 il governo di Jacobo Arbenz Guzmán, democraticamente eletto, fu rovesciato dall'intervento della CIA con l'Operazione PBSUCCESS perché le sue riforme di redistribuzione di ricchezza e terra lese gli interessi delle multinazionali statunitensi ed in particolare della United Fruit Company a cui furono espropriati molti appezzamenti di terra che non erano utilizzati.
Alla dittatura militare di Carlos Castillo Armas si opposero sempre quattro movimenti di ispirazione marxista (Ejército Guerillero de los Pobres (EGP), Organización del Pueblo en Armas (ORPA), Fuerzas Armadas Rebeldes (FAR) e Partido Guatemalteco del Trabajo (PGT)) che si fusero nel 1982 dando vita alla URNG.
Durante i 36 anni di dittatura in Guatemala il governo USA finanziò e armò il regime inviando denaro, armi ed i berretti verdi che addestrarono i militari guatemaltechi.

Dopo gli accordi di pace del 1996 in Guatemala furono istituite due commissioni che raccolsero le denunce e testimonianze della popolazione al fine di ricostruire tutti i fatti di sangue, sparizioni, torture avvenute durante il regime militare e poter permettere alla magistratura di perseguire i responsabili di tali crimini.
Una commissione era stata creata dal Onu e si chiamava Commissione del Chiarimento Storico e l’altra era stata creata dall’Ufficio dei Diritti Umani dell’Arcivescovato di Città del Guatemala.
Dopo due anni di indagini e raccolta dati le due commissioni giunsero alle solite conclusioni e pubblicarono i loro dati: 200.000 morti tra studenti, lavoratori, professionisti e personalità dell'opposizione di qualsivoglia tendenza politicai e popolazioni maya, migliaia di casi di torture, stupri, massacri, numerosi villaggi maya rasi al suolo, 50.000 casi di sparizioni forzate di persone.

Monsignor Juan José Gerardi Conedera il 24 aprile 1998 alla pubblicazione dei dati della commissione d'inchiesta della diocesi affermò: “vogliamo contribuire alla costruzione di un paese differente. Per questo recuperiamo la memoria del popolo. Questo cammino è stato e continua ad essere pieno di rischi. Anni di terrore e morte hanno costretto alla fuga e hanno ridotto alla paura e al silenzio la maggioranza dei guatemaltechi. La verità è la parola originale, l’azione seria e matura che ci rende possibile rompere questo ciclo di violenza e morte e aprici ad un futuro di speranza e luce per tutti”. Il 26 aprile fu ucciso davanti alla propria abitazione, Gerardi Conedera pagò con la propria vita l'impegno che profondeva nella ricerca della verità e della giustizia; a dieci anni di distanza il suo impegno non ha contagiato le forze di polizia e la magistratura dato che ancora non sono stati trovati gli esecutori materiali ed i mandati dell'omicidio.

Sempre la malagiustizia guatemalteca ha permesso agli unici militari incarcerati (il colonnello Sánchez Samayoa sia 3 dei suoi complici Salomón Maldonado, José Ríos y Gabriel Álvarez) per l'arresto illegale e successiva sparizione forzata di sette persone, avvenuta nell'ottobre del 1981, di essere liberati dalla Corte Costituzionale perché soggetti alla Legge di Amnistia.
La Legge di Amnistia annulla qualsiasi processo per ogni reato commesso fino alla firma dei trattati di Oslo ma permette di indagare, processare e condannare qualsiasi individuo che si sia reso responsabile di sparizione forzata, tortura e genocidio.
Questo processo poteva mettere in moto, finalmente, la macchina giudiziaria per fare luce sui circa 50000 desaparesidos che ancora non hanno avuto riconosciuto il loro diritto alla giustizia.

martedì 6 gennaio 2009

Il presidente ed il veto sull'aborto

In Uruguay all'inizio del novembre 2008 il parlamento approvò una legge per la legalizzazione dell'aborto, se effettuato entro le prime dodici settimane di vita, ma il presidente, Tabaré Vázquez, pose il veto.
Tabaré motivò la scelta di ricorrere al veto perché non era "filosoficamente e biologicamente" d'accordo con il parlamento. Il Parlamento uruguayano aveva dato voce al popolo che secondo indagini e sondaggi avrebbe accolto favorevolmente questa nuova legge; oggi l'aborto è legale solo nei casi di stupro o di pericolo di vita della madre mentre per tutti gli altri casi le donne ed i medici che praticano l'aborto rischiano nove mesi di carcere.
Questa riforma mirava a far evolvere il sistema legislativo uruguayano e lo portava al pari di quello cubano e dello stato di Città del Messico dove l'aborto nelle prime dodici settimane di vita è legale, mentre nel resto dell'America Latina è ancora un reato.

Il presidente Tabaré Vázquez dopo un mese di polemiche a causa del suo veto sulla legge che legalizzava l'aborto ha deciso di lasciare il Partito Socialista in cui militava dal 1983. La sua decisione è spiegata in una lettera inviata alla segreteria del Partito.
Tabaré non approva il comportamento della maggioranza dei parlamentari del Frente Amplio, la coalizione di governo, che ha prima approvato, poi criticato aspramente il ricorso al veto da parte del presidente ed infine deciso che riproporrà riforma della legge sull'aborto nella prossima legislatura.
Una vasta ala del Partito Socialista insieme ai propri elettori hanno criticato duramente il presidente per la sua scelta; questa presa di posizione sta creando non pochi problemi all'interno del partito che in vista delle elezioni presidenziali del 2009 si potrebbe spaccare in due.
Alcuni analisti politici uruguayani sospettano che Vázquez avesse già da tempo l'intenzione di abbandonare il Partito Socialista anche per il fatto che nelle prossime elezioni presidenziali non sarebbe stato il candidato del Frente Amplio e quindi stesse cercando solo un pretesto per renderle ufficiale il proprio abbandono.

venerdì 2 gennaio 2009

La politica del Governo Lula per l'Amazzonia

Il ministro dell'Ambiente Carlos Minc in una conferenza stampa avvenuta all'inizio di dicembre del 2008, ha affermato che entro il 2015 il disboscamento della foresta Amazzonica sarà bloccato grazie ad un programma di interventi che sta per essere varato.

Il piano mira a eliminare gli sprechi, migliorando l'efficienza energetica, riducendo il taglio delle foreste e ripiantando le specie originarie o da coltivazione; ma questo nuovo progetto ne affianca uno già esistente che mira localizzare le popolazioni indigene, che vivono nel polmone verde del mondo, per capire e valutare per valutare le difficoltà che ogni giorno devono affrontare. Per poter scovare nella fitta vegetazione i villaggi Indios verranno utilizzati apparecchiature dell'esercito come aeri da ricognizione, satelliti e foto/video camere a raggi infrarossi.
Questo censimento è utile per capire se le popolazioni Indios sono in pericolo o meno, se ci sono grosse coltivazioni vicino a loro o se vivono nei pressi di una miniera. La rilevazione dei villaggi partirà dal nord Ovest del Mato Grosso, un'area dove le tribù locali sono state messe in pericolo dal disboscamento selvaggio per avere nuovi spazi per le coltivazioni e dalla violenza delle compagnie illegali che commerciano in legname. Lo scopo di questa ricerca è quello di individuare i villaggi Indios, senza però voler entrare in contatto, perché come è accaduto in passato, il tentativo di integrazione ha portato solo alcolismo e nuove malattie fra gli indigeni.

Sidney Possuelo, esploratore che in passato ha rintracciato moltissime nuove tribù di Indios, ha commentato il progetto del Governo così: "La filosofia dovrebbe essere proprio quella di non avere alcun contatto con loro perché più si entra nella foresta e più si creano problemi agli indigeni. Abbiamo bisogno di localizzarli e di aiutarli, e farlo senza bisogno di andare sul luogo sarebbe fantastico".
Possuelo conclude che “Quando abbiamo incominciato ad andare nella foresta avevamo uno zaino sulle spalle, una mappa del luogo se esisteva, e delle guide per aiutarci a censire le piante. Oggi, con il passare del tempo, abbiamo mappe molto più dettagliate, immagini satellitari e Gps. Ora possiamo andare nella foresta con i computer e comunicare con il resto del mondo. Se non usiamo questa tecnologia per proteggere gli Indios, le grandi compagnie le useranno per andare e impiantare campi di soya. Come già stanno facendo. In questo siamo in ritardo".

Sicuramente i progetti che il Governo brasiliano ha dato alla luce sono utili e servono a bloccare la distruzione della foresta Amazzonica ma rimane un interrogativo: sarebbe stato altrettanto importante oltre a sapere dove e come vivono gli Indios anche individuare le aree dove le multinazionali e le imprese brasiliane depredano e distruggono l'Amazzonia.